Ha dell’incredibile l’incontro di due fratelli dopo settant’anni. Lo racconta Ádrian Bravi, residente a Recanati, parlando dei prozii Alfredo ed Antonio.
Nel 1984 ebbi la fortuna di assistere all’incontro tra due fratelli che non si vedevano da più di settant’anni. Mi diverto a pensare che in tutti questi anni possano rientrare ampiamente le guerre, i grandi cambiamenti tecnologici, le emigrazioni di massa, le dittature, il fascismo, il trionfo dei mass media, il boom dell’economia di mercato, le rivoluzioni e tutto quello che accadde a partire dal 1914, anno in cui Alfredo Bravi, fratello maggiore di una prole numerosa, lasciò la sua famiglia per emigrare al nuovo mondo (ignoro il motivo ma mi piace immaginare, perché s’inserisca meglio nel racconto, che se ne andò per avventura).
Descrivere la Buenos Aires che incontrò allora sarebbe un’impresa impossibile per una penna debole come la mia, perciò preferisco invocare l’immaginazione dei lettori e nel caso questa non funzioni, li invito a leggere Roberto Arlt o Leopoldo Marechal.
I due fratelli erano nati in un paese della campagna maceratese dove vivevano coltivando la terra. Sto parlando, perché vedano che questo incontro non mi è del tutto estraneo, di due miei prozii, fratelli di mio nonno Nazzareno scomparso nel 1962, quando da più di dieci anni aveva lasciato la sua terra per andare con la famiglia a Buenos Aires, vicino il fiume, nel Tigre.
La fortuna volle che nell’anno 1984 Alfredo e Antonio si incontrassero in una piccola casa di León Suárez (Buenos Aires).
Erano trascorsi come dicevo, settant’anni. Adesso, ciascuno con la propria famiglia ed il proprio mondo, vedeva nell’altro qualcosa di diverso: erano le molte primavere a parlare da ciascuna di quelle rughe.
Ricordo che qualcuno aiutò Alfredo ad alzarsi dalla sedia per salutare il fratello che era venuto a visitarlo. Si abbracciarono lasciando i bastoni e tutto quanto potesse impedire di rivivere i momenti dell’infanzia, gli anni passati che si erano nascosti nella penombra delle vecchie fotografie.
Ognuno immaginava (non uso il verbo ricordare perché in settant’anni i ricordi finiscono per essere pura finzione) l’altro a modo suo. L’abbraccio era in qualche modo come stringere sè stesso: l’incontro ha sempre questo mistero.
Parlavano lingue diverse, l’uno prendeva il mate, l’altro il caffè; l’uno amava la vita di quartiere con tutte le sue complicazioni, l’altro l’essenzialità della campagna, però nonostante tutto si capivamo attraverso il silenzio che si nasconde dietro lo sguardo.
Così fu che dopo tanti anni due vecchi bambini si incontrarono.
Nel 1989 Alfredo morì a León Suárez e tre anni dopo lo seguì Antonio, a Sambucheto.
Ádrian Bravi