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Il prato

                                                           

Si chiamava Gaspare ed era nato in uno dei quartieri più popolati e vecchi di San Benedetto del Tronto, nato e cresciuto tra le pietre delle case che si disponevano attorno al porto, arrampicate  sulle colline. Iniziò a lavorare da bambino presso l'unico falegname della zona per imparare un mestiere rispettabile.
Fu così che conobbe i  primi alberi, tagliati in tronchi o assi. E mentre i calli apparivano sulle sue mani e le ferite vi si moltiplicavano, tanto era maldestro nell'uso degli attrezzi, cominciò ad amare il legno e ad immaginare gli alberi frondosi da cui provenivano.
Adolescente,  vide per la prima volta il molo e lì, di fronte al mare, conobbe le palme. Con fatica realizzò che esistevano  alberi che non servono per essere tagliati, ma che danno altro tipo di utilità all'uomo. Gli piacevano quegli alberi strani con i tronchi alteri, curvi, allineati in chiara competizione con i lampioni e tutti piegati nello stesso modo sotto il peso della tramontana. Gli dissero che venivano dalle terre calde del Sudamerica e gli rimase impresso il nome di quel luogo. Più tardi le sue escursioni raggiunsero la periferia e conobbe  altri alberi vivi.
L'unico che odorava come le tavole del suo laboratorio era il pino e provò tenerezza per lui, tenerezza e  rispetto per la forza con la quale era capace di difendere il suo odore persino dopo morto.
In quell'ambiente di pietre serrate tra il mare e la montagna, ammirando i pochi alberi che sopravvivevano all'aggressività dell'ambiente, Gaspare cresceva e diventava grande,  fino a che le mani infransero la legge delle proporzioni raggiungendo una dimensione inusuale. Erano grandi e grosse, ma come diventavano abili e delicate lavorando, tagliando e limando il legno!
Mentre lavorava, Gaspare scacciava la solitudine ed il freddo fantasticando con i ciliegi floridi, i noci carichi, il pino odoroso e il caldo del Sudamerica da dove venivano le palme. Cresceva  schivo  e riservato.
La guerra lo arruolò e lavorò come falegname in squadre di ingegneri, riparando ponti che altri avevano distrutto e aiutando a distruggerne alcuni  costruiti per altri.
Al ritorno dal servizio militare, si sposò con Filomena, la vicina di casa con la quale tutti sapevano che prima o poi l'avrebbe fatto. Nessuno però pareva più aver bisogno di mobili e la gente non aveva nemmeno i soldi per riparare quelli vecchi.
Una notte di inverno, mentre beveva un bicchiere di vino in una cantina del quartiere, sentì dire da un vecchio marinaio  che la sua nave sarebbe salpata di lì a pochi giorni per il Sudamerica. Si informò subito.
-Credi che il tuo padrone mi lascerà viaggiare con mia moglie in cambio di lavoro a bordo? -gli chiese
-Perché vuoi andare in Sudamerica? - gli domandò il marinaio.
-Mi piace quel nome e là fa caldo.... Ma certo che ci deve essere lavoro per me sulla nave! Quelle navi sono tanto vecchie ed il legno ha bisogno di molte riparazioni.
Fu così che Gaspare e sua moglie, incinta di quattro mesi, si imbarcarono nell'Uso di Mare dal porto di Genova per andare in Sudamerica. In cambio dei biglietti di entrambi, nelle cabine multiple sotto il livello del mare, quelle degli emigranti, lavorò aggiustando e pulendo i mobili ed i rivestimenti di legno della prima classe.
In tasca, Gaspare aveva settanta dollari comprati al mercato nero del porto cambiando le poche lire di cui disponeva.
Fu soltanto al quarto giorno di navigazione, arrivando al porto di Barcellona in Spagna, che conobbe il Sudamerica osservando una mappa  nella cabina del capitano. Accidenti se  era grande!  A partire da allora iniziò a chiedersi in quale parte del Sudamerica sarebbe stato meglio stabilirsi. Lo chiese a qualche compagno di viaggio e tutti gli dicevano che l'importante era andare in America, avrebbe deciso là; la maggioranza, comunque, andava in Argentina, alcuni erano diretti in Colombia ed  i restanti in Venezuela.
Trovò infine il coraggio di domandare ad un ufficiale - con il quale poteva parlare in dialetto- perché i nomi delle città sudamericane erano prevalentemente  italiani.
Gaspare aveva frequentato soltanto la terza elementare e sapeva leggere  e scrivere  bene soltanto le misure e le etichette sopra le assi; la cultura non era il suo forte, cosicché non comprese molto le spiegazioni dell'ufficiale.
Il desiderio di cominciare a lavorare in fretta per bisogno di denaro e l'antipatia che nutriva verso i passeggeri di prima classe, lo convinsero a scendere nel primo porto dove la nave attraccò.
Fu così che dopo quasi un mese di navigazione in mare, nel marzo del 1948, Gaspare e sua moglie, incinta di cinque mesi, scesero al porto di La Guaira in Venezuela.
-Guarda, sembra di stare al paese! La differenza é che qui quasi non ci sono case! - commentò sua moglie osservando la zona del porto.
-Fa caldo come da noi in agosto, ma qui c'è molto più verde - ribatté lui.
 Li portarono in autobus fino a Caracas, lungo una stretta strada asfaltata e li misero  con altri emigranti nelle baracche di Sarría, dove arrivarono a notte fonda. Faceva molto freddo e per dormire dovettero stringersi uno all'altro sopra la branda che era stata loro destinata. Furono svegliati all'alba: un costruttore italiano cercava operai e avrebbe preso quelli che fossero arrivati prima.
Fu così che Gaspare ottenne il suo primo lavoro come falegname di impalcature per la costruzione. Non ebbe tempo neppure di accomiatarsi da sua moglie, appena  un ci vediamo stasera. Il salto per raggiungere la camionetta fu così grande che quasi cadde all'altro lato del veicolo.
Durante la corsa, non poté distinguere neppure i dintorni, dal momento che non era ancora giorno. Non c'era  luce neppure quando entrò nello scantinato di un edificio in costruzione ed era già notte quando ne uscì, dopo un giorno passato a tagliar tavole e raccogliere segatura, completamente a digiuno.
Nella fretta non aveva portato con sé nemmeno un centesimo e siccome nessuno lo conosceva, nessuno gli aveva prestato degli spiccioli per comprare il sandwich alla mortadella e la Coca-cola familiare che i suoi compagni di lavoro erano soliti consumare per pranzo.
Tornato a Sarría, la moglie gli disse che con settanta dollari avrebbero potuto pagare una stanza con i pasti nella pensione del napoletano che le avevano raccomandato e che quel denaro sarebbe durato una settimana. Decisero di fermarsi fino a domenica nelle baracche e far bene i conti. Non gli avevano ancora detto quanto e quando l'avrebbero pagato per il suo lavoro, avrebbero avuto sempre tempo per prendere quelle decisioni.
-Ma dimmi, Filomena, com'é la città?- le chiese
-Non l'ho ancora vista, ma il clima é gradevole, come se fosse  primavera, e ci sono molti alberi grandi, di quelli che piacciono a te- gli rispose la moglie.
Quella seconda notte in Venezuela, Gaspare sognò un gran bosco pieno di tronchi enormi, un prato da sogno dove sua moglie ed i suoi bambini passeggiavano raccogliendo i fiori. Era tanto felice che dimenticò la stanchezza di un  giorno di lavoro estenuante trascorso a digiuno.
Così passarono i primi giorni di Gaspare in Venezuela: andava e veniva di notte da quello scantinato, senza poter vedere il Paese nel quale era arrivato, ma continuando a sognare alberi e  prati.
La domenica successiva, il padrone della pensione che sua moglie aveva conosciuto, un italiano che già stava da alcuni anni a Caracas, li venne a prendere con la sua auto.
Nel breve tragitto da Sarría a Santa Rosa, finalmente poté osservare come era azzurro e brillante il cielo della valle, scorgere la montagna di Avila che gli apparve immersa in un verde profondo e fermarsi di fronte al bosco di Los Caíbos.
Nel pomeriggio si misero a passeggiare e decisero di arrivare fino a Chacao, dove gli avevano detto che stavano costruendo molti edifici.
Attraversarono Sabana Grande e Chacaito e Gaspare si fermò paralizzato dall'emozione: di fronte a loro si stendevano alcuni prati verdissimi ed ondulati, con l'erba tagliata perfettamente e qualche albero centenario  la cui fronda si cullava al vento.
Non arrivarono fino a Chacao, si fermarono in piedi, accostati ad una siepe di margherite, a contemplare quella visione che ai suoi occhi sembrava un giardino, il paradiso perduto. Poi ritornarono lentamente fino a Santa Rosa.
Gli occhi di Gaspare erano più luminosi che mai, l'uomo era contento. In pochi giorni aveva ottenuto un lavoro in una terra meravigliosa, piena di verde, allietata da un clima gradevole, abitata da gente buona.
Accarezzò con affetto il ventre gonfio della moglie e senza dirglielo,  promise a lei ed al bambino che stava per nascere che alla prima occasione li avrebbe portati a far merenda in quell'impressionante prato.
Quando arrivò Francesco, la famiglia aveva preso già in affitto un appartamento a Chacao. Gaspare lavorava in una falegnameria di mobili a San Agustín e tutti i giorni, quando passava in autobus di fronte al prato, rinnovava la sua promessa. In quel periodo, con un bambino ancora piccolo, la domenica uscivano a passeggiare in Piazza Bolívar de Chacao o a vedere le partite del Deportivo Italia.
Decise anche che avrebbe comprato un'auto, ma dovette utilizzare  il denaro risparmiato per provvedere alla seconda gravidanza di sua moglie. Volle comunque avvantaggiarsi prendendo la patente e si presentò all'autoscuola Rossini, aperta di domenica, affinché gli insegnassero a guidare.
-Paesano, la patente ti costa duecento lire, portami i soldi e due foto che puoi fare qui all'angolo, e in tre giorni te la diamo - gli dissero.
-Ma signore, io non ho mai guidato, ho bisogno di imparare, come fanno a darmi la patente se non so guidare? Come farò all'esame?- domandò Gaspare.
-Vuoi o non vuoi la patente? Qui si presentano agli esami solo gli imbecilli  e quando lo fanno, li grattano ben bene per toglier loro più soldi possibili. Noi che siamo seri,  inoltriamo  la pratica e facciamo tutto. Tu ci dai le duecento lire e noi ti diamo la patente, poi impari a guidare.
-Duecento lire? Dove le prendo? Le ho cambiate tutte!
-Sei anche imbecille allora! Stiamo parlando di bolivares, che cazzo credi che si possa comprare con 200 lire qui!
-Va bene....e come faccio ad imparare?
-Come fa tutto il mondo, la maggioranza impara nell'esercito. Ma tu la guerra  l'hai fatta o no?
-Certo che l'ho fatta, ma ero falegname!
-Già, capisco. Chiunque ti può aiutare con la sua auto, quasi tutti quelli che sono arrivati, ora hanno la macchina, non c'è bisogno che spendi soldi per imparare.
Fu così che ottenne la patente, ma non ancora l'auto.
 Nacque Marietta e Gaspare cambiò lavoro per guadagnare di più. Finalmente, il 4 luglio 1953 gli consegnarono l'auto nuova, direttamente dalla Concessionaria, una Ford di otto cilindri, argentata, grandissima. La ritirò da Vene Auto e la condusse con molta prudenza fino a Chacao; la coprì con diversi lenzuoli vecchi che sua moglie aveva cucito, ed attese il gran giorno.
Il 5 luglio, per celebrare la festa dell'Indipendenza del Paese nel quale aveva trovato una nuova patria, avrebbe portato la famiglia a fare un picnic di lusso sul gran prato dagli alberi giganti che da cinque anni stava contemplando.
Arrivarono alle undici e subito i bambini si buttarono sull'erba: Francesco, di quattro anni, aveva portato la sua palla da football e Marietta, che da poco camminava, cercava di seguirlo.
Gaspare era contento nel vedere come i figli, che vivevano in un piccolo appartamento, potevano liberare le loro energie tra l'erba, gli alberi e i fiori. Come era stata diversa la sua infanzia tra le pietre delle case ed i vicoli del porto!
Aiutò Filomena a trasportare il picnic sull'erba: la cesta con i salami,  le salsicce, un pollo cotto al forno, l'insalata già mescolata, le verdure cotte, le focacce, le torte, il pane, le salse, i formaggi, l'acqua, le bibite, due bottiglie di vino rosso, il coltello, il cavatappi, una borsa di ghiaccio, i tovaglioli, i piatti e la coperta del letto grande.
La donna, svelta ed energica, impiegò appena alcuni minuti per distendere il copriletto rosso e pesante sopra l'erba e sistemarvi con ordine tutto quanto aveva preparato.
Filomena rideva allegra; poche volte Gaspare l'aveva vista così felice: un paese nuovo, accogliente ed ospitale, una famiglia, una casa, una macchina e tanto spazio. Era valsa la pena lasciare il paese!
Il suono stridulo di una sirena attirò l'attenzione dell'uomo che si preoccupò quando vide una pattuglia della polizia, che arrivava da lontano a gran velocità, fermarsi al lato della Ford 8 cilindri. Con la bimba ancora in braccio si avvicinò ai tre poliziotti in uniforme che erano scesi dall'auto di servizio.
-Questa macchina é sua?
-Sì, ufficiale, é mia - rispose con orgoglio Gaspare.
-I documenti!
-Eccoli. L'auto é nuova, di agenzia...per favore, potrebbe spegnere la sirena? La bambina é spaventata!
-Sta' zitto e rispondi solo alle domande. Che stai facendo qui?
-Ho portato la famiglia a far merenda sul prato. Volevo farlo da molto tempo, però solo ora ho potuto comprare la macchina.
-Questi bifolchi sì che hanno fortuna! Arrivano raccontando balle e già comprano la macchina nuova. Sai che questa é proprietà privata?
-Non ho visto nessun cartello qui, pensavo che fosse un prato! Nel mio paese la gente può sedersi in un prato!
-Di quello che si può fare nel tuo Paese me ne frego! Questo é un campo da golf e tu lo stai invadendo. I ricchi di qui sono molto arrabbiati! In alcuni minuti abbiamo ricevuto una dozzina di chiamate, ci manca poco che ci chiami anche il generale!
-Mi scusi, ufficiale, ma cos'é un campo da golf?
-Cazzo, ora mi stai prendendo in giro! Questo é il Country Club, capisci bifolco? Qui vivono i ricchi e gli stronzi come noi non possono venire a fare le merende sopra i loro campi!
-Accidenti, mi scusi ufficiale...se questo é il problema, non si preoccupi, raccogliamo le nostre cose e ce ne andiamo!
-Tu sì che sei un dritto! Quanti soldi hai?
-Non molto, non li porto dietro, perché non ne abbiamo! Tutto quello che avevamo lo abbiamo dato per la macchina...non hanno voluto farci credito, siamo qui da poco, abbiamo dovuto pagare in contanti.
-I tuoi paesani non ti hanno detto che devi sempre portar con te una ventina di bolivares per ogni evenienza?
 -Vede, ufficiale, io non esco quasi mai, non ho tempo di frequentare nessuno. Lavoro sempre per la mia famiglia!
-Se non hai denaro per una mancia, dobbiamo portarvi al Comando. Pedro, metteli nella pattuglia  e tu Juan, raccogli le sue cose, ché le portiamo via!
Era l'una del pomeriggio del 5 luglio quando Gaspare, sua moglie Filomena e i suoi figli- Francesco di quattro e Marietta di quasi due anni- furono chiusi nella cella numero 3 del Comando di Sabana Grande. I poliziotti dimenticarono di compilare il rapporto di detenzione ed in mancanza della mancia, si divisero il pranzo e le altre cose che disordinatamente avevano raccolto dal prato, avvolgendole nel copriletto di lana rossa.
Alle 9 del mattino del 6 luglio, il Comandante de El Recreo, come sua abitudine, passò in rassegna le celle e quando gli aprirono l'inferriata che stava in fondo al cortile, la numero 3, si incontrò faccia a faccia con uno strano gruppo  composto da un uomo robusto di circa trent'anni,  con due mani enormi, due bambini ed una donna giovane, tutti stretti al corpo dell’uomo piegato sul pavimento.
-Che fa questa gente qui?
-Accidenti, capo, ci siamo dimenticati di questi disgraziati che sono rimasti in silenzio tutto il tempo!
-Cos'hanno fatto?
-Hanno violato l'ordinanza numero...e la disposizione....
-García, finiscila di dire stronzate e dimmi cos'hanno fatto!
-Stavano mangiando nei campi da golf del Country Club e molta gente seccata ci ha chiamati perché li arrestassimo.
-E voi li avete arrestati al punto che vi siete dimenticati di loro. E i bambini poi! Che stronzi siete! Invece di scovare i delinquenti, mi portate una famiglia intera! Venga, cittadino.....ma perché non ha protestato?
Titubante,  mentre sollevava i bambini e aiutava la moglie ad alzarsi, Gaspare rispose al comandante:
-Guardi, ufficiale, se per mangiare in un prato ci hanno arrestati, abbiamo pensato che se avessimo protestato ci avrebbero  ammazzati!
-García, lasciali andare subito! Spero che abbiano capito la lezione e non invadano più le case dei ricchi!- ordinò il comandante.
Gaspare era troppo stanco per replicare. Rassegnato, prese in braccio Marietta ed  uscì dal Comando con la sua famiglia, a testa alta, per dimostrare a quella gente che il suo orgoglio non era stato vinto.
Non passò più per le vie del Country Club di Caracas e non ebbe modo di vedere il gran numero dei cartelli che vennero posti entro i suoi confini; vi si leggeva che quelle terre erano campi da golf e che il loro accesso era vietato a chi non era socio del  Club.  Non raccontò mai a nessuno l'accaduto.

Quaranta anni dopo quell'incidente, Francesco Rizzi, prospero industriale carachegno di origine italiana, mostrò soddisfatto ai genitori una lettera inviatagli dal direttivo del Country Club di Caracas nella quale gli comunicavano che quell'associazione si riteneva molto onorata nel riceverlo come socio n° 243.
Non era la prima volta che Francesco dava soddisfazioni ai suoi genitori: le scuole elementari, le superiori, l'università, il master, i bilanci  finanziari in permanente espansione della fabbrica di mobili che aveva ereditato, il matrimonio, i nipoti... i genitori si erano sempre sentiti orgogliosi nel vedere i successi del figlio attestati in diplomi, riconoscimenti e denaro. Ma quella sera, l'uomo fu meravigliato nel vedere come la lettera con il francobollo grande del Country Club aveva fatto riempire di lacrime gli occhi di suo padre. Pensò che fosse per l'emozione e la felicità nel vedere il riconoscimento che la borghesia  cittadina riservava ad un figlio di emigrante.
L’unica a conoscere il motivo delle lacrime di Gaspare era sua moglie che con lui aveva trascorso in silenzio una strana notte in un lontano 5 luglio, nella cella numero 3 del Comando di Polizia de El Recreo.
(dal libro “Momenti di nostalgia” di Filippo Vagnoni - traduzione di Paola Cecchini)

L’ammissione dell’industriale Francesco Rizzi al prestigioso Country Club di Caracas riempie di lacrime gli occhi del padre Gaspare. E’ emozione? O felicità nel vedere il riconoscimento che l’alta borghesia della capitale riserva al figlio di un emigrante?




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