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Che fare?

                                                       

sibillini[1].jpgEra un bell'uomo. Quello che più colpiva del suo aspetto era la capigliatura, folta e bianca, un po’ lunga e pettinata con grande accuratezza. Non molto alto, non era neppure basso. Il collo robusto e le spalle straordinariamente larghe lo obbligavano a farsi fare i vestiti su misura. Le braccia erano forti e lunghe, le mani grandi e callose, le unghie curate da una manicure. Portava un anello con un diamante di 6 carati.
Il vestiario era di qualità e caro:  la camicia bianca, di seta, era tagliata da un sarto famoso ed aveva le iniziali PLTV incise sul polso sinistro, dal quale spiccava un rolex d’oro. Le scarpe, di pelle fina, erano lustrate fino  alla brillantezza. Il passo fermo, il portamento sicuro, le maniere eleganti.  Questi era Pietro La Torre Volpe,  uscito da uno degli ascensori dell’Ospedale Clinica Caracas alle undici del 4 di agosto: indubbiamente un uomo di successo, ricco, con una famiglia felice, vincente di fronte alla vita.
Pedro lasciò  che l'ascensore strapieno si svuotasse e si infilò verso l’uscita guardando con attenzione il suolo, come se avesse perso qualcosa.
Portò la mano destra, quella del dito diamantato, al petto e strinse la giacca fino a  sentire la pressione della busta con i documenti all’interno della tasca sinistra. Non aveva bisogno di tirarla fuori per sapere che era lì, si tranquillizzò ed uscì all’aria aperta.
Non prestò attenzione al portiere che gli offriva un taxi, guardò solo un momento, quasi senza accorgersi che, parcheggiata nella via a circa 20 metri, con il motore acceso, c’era una Mercedes nera, grande, con i vetri scuri che lo attendeva.
 Il sole già scottava forte e l'umidità del giorno- più tardi  sicuramente sarebbe piovuto- affogava  il respiro dei passanti. Ma né il caldo né l’afa molestarono Pietro.
Aveva conosciuto il caldo a dodici anni quando aveva accompagnato suo padre ed i cani di famiglia alla sfilata della Quintana, proprio un 4 di agosto di tanti anni fa. Era la prima volta che scendeva dalla montagna e conobbe la città. Quel giorno i grandi cani pastori persero i sensi  e non poterono arrivare allo stadio municipale. Il bambino nemmeno poté terminare la sfilata, nella quale gli pareva che tutti fossero mascherati tranne i pastori.
E a notte, mentre i cani furono accuditi con estrema cura dal padre, a lui toccò una delle tante bastonate per aver perso la borraccia con l'acqua degli animali. Fu quella l’ultima volta che saltò la cena frugale per castigo.
Quel 4 di agosto, appena dodicenne e con la spalla dolente, fuggì da casa dei suoi genitori, o per meglio dire, dalla capanna dei suoi genitori. Scappò anche dal lavoro, svolto quasi sempre da solo, dalla povertà, dalle pecore, dal formaggio fatto da poco, dall’erba profumata delle valli dell’Appennino, dall’incanto della Sibilla Picena.
Fu così che conobbe l’altro caldo, quello vero, il secco d’oriente, il ventilato delle dune falconiane, quello illimitato delle pianure, l’umido dei Caraibi, il profondo Guayanés.
I ricordi  lo assalivano sempre a tradimento nei momenti solenni.
-Che problema!  Non si può stare un momento solo che subito si impadroniscono di te! Non posso lasciarmi trasportare dalla malinconia, che i ricordi vengono a valanghe ad impossessarsi del mio cervello! Non posso essere euforico che subito  appaiono le facce di quelli che già se ne sono andati, chiedendoti perché non sei stato solidale con loro! Non posso aver dubbi nemmeno un momento che subito appaiono questi maledetti ricordi per orientarti, affinché non torni a commettere gli stessi errori del passato. Voci, grida che si impossessano delle tue orecchie, tormentandoti, riducendoti a nulla! Ricordi del cavolo, lasciatemi in pace, quello che  voglio è continuare a sbagliare a modo mio! Voi non siete che fantasmi del passato, non vi voglio, non vi sopporto! Che bello sarebbe non avere ricordi, non aver passato, non avere anima, non avere corpo!
Per la seconda volta la mano destra  fece pressione sulla tasca della giacca per sincerarsi che il documento continuava a star  lì. Spontaneamente si coprì gli occhi dal sole per vedere l’ora, erano le 11 e 5 minuti. La pelle del viso, segnata  dal sole e dagli anni, era diventata umida, leggermente sudata e il suo sguardo pareva confuso.
-Che fare? Che farò in così poco tempo?- si disse.
Con le mani infilate nelle tasche dei pantaloni, iniziò a camminare lentamente verso destra, contro la direzione del  traffico che veniva dal viale Vollmer. Il marciapiede che bordava la Capitaneria della Marina era stretto ed il suo braccio sinistro sfiorò la limousine nera parcheggiata nella via con il motore acceso.
In pochi minuti raggiunse la frescura che l’ombra dei vecchi manghi proiettavano sopra la passeggiata del viale.
L’agenzia della Banca Mercantile, dove trattava gran parte degli  affari, gli fece balenare in mente l'idea di ritirare una bella quantità di denaro e dividerlo tra i vecchi che a quell’ora riempivano le panchine allineate all’ombra.
Ricordava di aver sentito dire qualcosa di simile dai sacerdoti durante le Messe, le poche volte che vi aveva assistito.
-Ma va’! Mi è costato troppo accumulare le mie ricchezze per regalarle a qualcuno! Che lavorino, che sudino come ho fatto io tutta la vita ! -si disse.
Continuò a camminare  lentamente e i suoi occhi si posero sulla vetrina di un’agenzia di viaggi: quello poteva fare, sì, un viaggio attorno al mondo in Concorde, a tutto lusso. Non aveva viaggiato molto in vita sua,  preso, come era stato dal lavoro. Tutti gli raccontavano quanto era meraviglioso viaggiare, bene, avrebbe conosciuto terre lontane, la Cina, il Giappone, l’India.
-Ma va'! - si disse poi, quando le immagini dell’estrema povertà dell’India lo assalirono- Poveri diavoli che nemmeno possono mangiare le vacche! Da quando me ne sono andato dalle montagne, non ho mai assaggiato la carne di pecora, né un pecorino e nemmeno mi sono più vestito di lana: capisco il significato di proibirsi qualcosa! Però mentre io lo faccio per rifiuto, per dimenticare, perché odio quella tappa della mia vita, gli indiani lo fanno per una religione assurda e retrograda  che glielo impone. No, non vale la pena di viaggiare in quelle terre piene di contraddizioni! Chissà, forse ad Acapulco o a Cancun che sono di moda! E perché non portarsi dietro  una di quelle negre?- si fermò un istante di fronte alle locandine dove il ristorante dell’angolo annunciava lo spettacolo della notte.
-Non sarebbe male, meglio una negretta e una bionda, che ancora posso con due. Dopo tutto, sono stato un padre esemplare, un marito discreto. Perché non togliermi questa soddisfazione? Ma no, riderebbero di me! Un vecchio con due tacchine, che bel quadretto sarebbe, mi chiuderei nella stanza degli alberghi tutto il tempo; sono troppo vecchio per figuracce simili!
Continuò a camminare verso il viale Andrés Bello quando il rumore di un'auto accelerata al massimo attirò la sua attenzione.
-Sarà un segno del destino? Sarà arrivato il momento di comprarmi una vera Ferrari? I soldi li ho. Ho sempre avuto il desiderio di farlo, finora non l'ho comprata per paura delle chiacchere,  forse anche per paura di guidarla. Mi comprerò una Ferrari, questo é quello che farò!  Mi compro una Ferrari e attraverserò tutta l'Italia, no, forse solo il Nord, mi fermerò sulle montagne alpine e potrò sciare. Che sciocchezza! Io che sono nato sulle montagne e mi sono rimpinzato di neve, non ho mai sciato. Farò così, mi fermerò a Cortina e farò lunghe passeggiate sui monti, pescherò nei fiumi e nei laghi e scierò. Qualcuno mi insegnerà le prime volte. Cavolo, e se mi vedono… un vecchio che prende lezioni di sci? Lo potrei fare di nascosto, però sicuramente quello stronzo dell'istruttore lo andrà a raccontare a tutti. Immagina un po', il vecchio che non ha mai sciato, le facce della gente, le burle delle vecchie.... No, quest'amarezza non la voglio vivere, che a Pietro La Torre Volpe un po' di orgoglio  é rimasto, eccome! - concluse.
Preso dalle sue riflessioni, arrivò alla fine del viale Vollmer ed entrò soprappensiero nella piazzetta dove circa cinquanta venditori ambulanti avevano istallato le loro bancarelle. Non lo preoccuparono gli sguardi di stupore  che lo seguivano al suo passo.
-Il musiú deve essere pazzo a venire qui con quell'aspetto, l'orologio, il diamante! Per molto meno hanno ucciso più di una persona!- commentavano tra loro.
Quei discorsi non distrassero l'uomo che continuava il suo cammino senza meta,  lentamente, guardando il suolo più che la mercanzia esposta.
Stava quasi terminando la fila di bancarelle, quando i suoi occhi furono colpiti dal biancore che pendeva da una stampella. Perplesso,  si avvicinò a quella cosa strana, quasi con paura allungò la mano diamantata e accarezzò la pelle soave.
-E' di pura lana di lama, arrivata direttamente dal Perù, gliela lascio a 100.000, se le interessa!- gli disse prontamente l'ambulante.
Negli ultimi cinquanta anni della sua vita, Pietro aveva odiato le pecore, starnutiva quando si avvicinava a qualche indumento di lana, rifiutava di mangiare qualunque pasta la cui salsa richiedeva formaggio pecorino ed  ancor meno era tornato a mangiare l'agnello, ma quel mezzogiorno del 4 di agosto era rimasto catturato dalla soavità della pelle del lama, dalla delicatezza di quelle fibre che invece di respingerlo, lo attraevano, lo  intrigavano.
Senza pensarci, tolse dalla tasca destra dei pantaloni un fascio di biglietti, non li contò nemmeno e  nemmeno lo fece il venditore ambulante; con determinazione prese la pelle. Infagottato con la lana, rifece il cammino fino al viale Vollmer, con calma si sedette in una delle panchine, estrasse dalla giacca un cellulare e compose un numero:
-Pronto, sono io, fratello, come stai? Io bene,  anche la famiglia. E voi? i bambini? Senti, ti sto chiamando perché ho bisogno di un favore, si tratta di una cosa molto importante. Ti ricordi di Ser Giacomo? Sì, il vecchio pecoraro di Venarotta, quello che era amico di famiglia...Lo andammo a trovare l'anno scorso, ti ricordi? Bene, proprio lui!  Ci disse che voleva vendere il gregge di pecore,  se non ricordo male ci parlò di mille e cinquecento pecore e circa duecento maschi. Anche le terre voleva vendere, circa quindici ettari, e la casa.
-Ma Pietro, é una fattoria, non c'é la strada per arrivare lì, non ha l’acqua in casa e nemmeno la luce elettrica! Quando andammo a trovarlo, dovemmo noleggiare alcune mule.
-Non importa fratello, ho bisogno di tutto questo, non preoccuparti per il denaro. Allora non parlammo di quanto voleva, però, tu sai come fare, offrigli la metà in contanti di quello che chiede, di sicuro il vecchio venderà, deve esser stanco di quella vita all'aria aperta, solitaria e faticosa.
-Capisco,  vuoi  le pecore per importarle in Venezuela? Certo che deve essere un buon affare!
-No, no, cosa vuoi che faccia con duemila pecore in Venezuela? Non ti dimenticare i cani, poi...é molto importante. Per tutte quelle pecore deve avere per lo meno una dozzina di cani  e almeno due guide. Non ti fare imbrogliare con i cani, ne ho bisogno!
-E chi contattiamo per accudirle?
-Nessuno. Dopodomani arrivo a Roma con l'Alitalia, per favore vienimi a prendere, da solo, ho bisogno di vederti da solo. Io stesso mi occuperò di badare alle pecore, come facevo da bambino, quando tu non eri ancora nato. Per favore, non dire niente a nessuno, voglio che Ser Giacomo mi consegni il gregge, personalmente, e a partire da quel momento mi occuperò di tutto io, capisci? Che nessuno si intrometta in questo, é un problema mio personale.
-Mi preoccupi, che ti succede? Che farai con i tuoi affari in Venezuela? E i soldi? Qui hai una riserva importante, però non so se é sufficiente, ad ogni modo ti presteró io la differenza, se vuoi!
-Te l'ho già detto, non preoccuparti dei soldi, oggi stesso dispongo un trasferimento. E  non ti intromettere nelle  mie cose del Venezuela, ché a  questo ci penseranno i figli. Quello che voglio é semplicemente dedicarmi ad accudire le pecore,  la prima cosa che imparai nella vita. Portarle al pascolo, tirare il latte, fare il formaggio, tosarle, capisci? Voglio tornare alle terre di montagna, cucinare all'aria libera, dividere il mio pranzo con i cani.
-Sei diventato matto? Cosa vedi di buono in quella vita dalla quale scappammo tanti anni fa? E inoltre, tu che hai tutto!
-Non mi capisci, fratello, ma non importa, fa' quello che ti ho detto ché  voglio tornare ad essere pecoraro, quello che ero da bambino. Voglio solo tornare sulle montagne da dove, forse, non avrei mai dovuto partire. Ci vediamo dopodomani!
Con fermezza, schiacciò il tasto per chiudere la chiamata e si collegò con casa sua.
-Pronto, amore, come stai?...No, non mi sento male, ti chiamo per dirti di far sapere ai ragazzi che desidero vederli questa sera, ho cose importanti da dirvi. Alle cinque va bene, che vengano a casa. Baci.
Piegò il piccolo cellulare e lo mise nella tasca destra della giacca. Unì  le mani sulla fronte, incrociò le dita e spinse le braccia facendo scricchiolare i legamenti, poi raccolse la pelle di lama e si alzò dalla panchina del viale Vollmer.
-Bene, Pietro, questo é fatto! Tornerai ad essere il pecoraro della Sibilla Picena.
Con fastidio, fece un movimento quasi impercettibile con il braccio verso la limousine nera parcheggiata a circa venti metri; non aspettò che l'autista scendesse dall'auto, con energia girò la maniglia e si sedette nella Mercedes comodamente. Poi tolse dalla  tasca interna della giacca la busta con l'intestazione dell'Ospedale Clinica Caracas, l' aprì e guardò i documenti. Mentre leggeva il referto degli esami, gli occhi gli si inumidirono di lacrime ricordando le ultime parole del suo medico personale:
-Mi dispiace, Pietro, mi dispiace molto, però devo dirtelo e non ho scelta. Puoi vivere ancora  un anno, diciotto mesi al massimo. Non ci sono cure, Pietro. La cosa migliore  é dedicarsi a quello che hai sempre desiderato nella vita e che per qualche motivo non hai potuto fare.
-Che fare? Che posso fare  in così poco tempo?
Ora non c'erano piú dubbi, aveva deciso. Pietro La Torre Volpe avrebbe passato l'anno di vita che gli restava facendo quello che più di tutto sapeva fare, quello che aveva imparato nascendo, che mai avrebbe dovuto interrompere: sarebbe tornato alle montagne dell'Appennino, nella Sibilla Picena, a pascolare duemila pecore, a rifare la  vita del pecoraro, a scorazzare per le valli, a correre con i cani,  recuperando la sua libertà.

(dal libro “Momenti di nostalgia” di Filippo Vagnoni - traduzione di Paola Cecchini)
Pietro la Torre Volpe, nato a Venarotta, è emigrato in Venezuela giovanissimo, dopo esser stato pastore del gregge paterno in una valle dell’appennino ascolano. Per due anni ha dormito in macchina e lavorato ad una pompa di benzina in un quartiere periferico di Caracas. La pompa è stata la prima cosa che ha comprato quando la sua situazione finanziaria ha cominciato a volgere per il meglio.
Il racconto che segue lo ritrae quando - imprenditore di successo - si trova a prendere una decisione delicata ed urgente. Che fare?
Ha scelto di tornare nella Sibilla Picena a fare quello che aveva imparato nascendo e che mai avrebbe dovuto interrompere, scorrazzando  per le valli, correndo con i cani e recuperando la sua libertà.




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